• Roberta Passa

Job Hopping scelta o conseguenza di un mercato lavorativo instabile?



Il Job Hopping è una pratica lavorativa molto diffusa, specialmente in America che sta approdando anche in Europa: secondo uno studio condotto dall’agenzia californiana di HR Robert Half, negli Stati Uniti sarebbero job hoppers il 64% dei lavoratori, si tratta di un trend in continua crescita che consacra la flessibilità ad un valore sempre più apprezzato dalle aziende.


La ricerca evidenzia che le generazioni più giovani sembrano avere una visione diversa del job hopping rispetto a quelle che li hanno preceduti: tre quarti dei dipendenti dell’agenzia di età compresa tra i 18 e i 34 anni considerano il passaggio di lavoro utile per la loro carriera rispetto al 59% dei dipendenti di età compresa tra 35 e 54 anni e il 51% di quelli di età pari o superiore a 55 anni.


Molti candidati ritengono che il proprio percorso di crescita lavorativa possa avvenire solo mettendosi alla prova in situazioni sempre differenti, acquistando skills uniche da ogni mansione svolta e soprattutto facendo networking, il fenomeno quindi non è attribuibile solo ad un periodo economico incerto, ma rappresenta anche un mezzo per poter raggiungere la piena realizzazione professionale.


Quali sono i vantaggi dell’essere definito un Job Hopper? Come interpretano le aziende questo trend?


Sicuramente nel curriculum la frequenza ravvicinata con cui si cambia lavoro può avere un effetto ambivalente: da un lato possiamo leggere curiosità, motivazione, flessibilità e capacità di adattamento, ma dall’altro il nostro interlocutore potrebbe avere dei dubbi sulla nostra propensione a fidelizzarci ed investire su una risorsa che ci potrebbe lasciare dopo poco ha dei costi economici e non solo che qualsiasi datore di lavoro vorrebbe evitare di sostenere.

Da un punto di vista delle competenze si rischia di non specializzarsi abbastanza andando a penalizzare la possibilità di essere identificati dal mercato come esperti, anche se avere nel proprio back ground settori diversi potrebbe renderci più spendibili.

È chiaro non esiste una risposta univoca, il beneficio di questa pratica è stabilito dal contesto sociale e lavorativo nel quale siamo inseriti.


In ogni caso il job hopping, se praticato con professionalità, può avere risvolti positivi e durante un colloquio di lavoro dobbiamo far emergere tutti i vantaggi che ne possono conseguire per il potenziale employer.


Il cambiamento di lavoro è finalizzato al raggiungimento di un obiettivo professionale più grande ed in questi termini dobbiamo esporre la nostra motivazione al ruolo per il quale stiamo sostenendo la selezione.

Se proveniamo dallo stesso settore, la conoscenza della concorrenza è sicuramente un valore in termini di conoscenza del mercato specifico, se invece proveniamo da un contesto diverso un occhio nuovo su procedure e metodi potrebbe portare degli spunti e nuove idee.

Un aspetto altrettanto importante è quello delle realtà che selezionano personale: come è possibile valorizzare al meglio le risorse ed evitare che scappino ed allo stesso tempo preservare i giovani talenti assunti? In fase di selezione è necessario approfondire le diverse esperienze e cercare di comprendere il l’obiettivo professionale che c’è dietro, una volta inseriti in azienda la motivazione è l’elemento sul quale puntare, gestire ed organizzare percorsi di carriera che offrano sbocchi di crescita reali e tangibili permette di avere risorse più performanti.

E voi cosa ne pensate? Il job hopping penalizza o è un vantaggio in un percorso di selezione?

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